È l’amaro che ti fa apprezzare il dolce

Sette del mattino. Nebbia fuori dalla finestra. Come ogni venerdì, mi sveglio con la voce di Dona, la mia coinquilina di Barletta, che mi chiede: “Ma che portiamo stasera da Mary per la “cena delle origini?!”
Devo ancora prendere il caffè.

La cena delle origini è un appuntamento fisso ormai da tre mesi. Ogni venerdì sera a casa di Mary – l’unica ad avere una “cucina abitabile”, come dicono qui – ci ritroviamo in sei, dopo l’università, e ognuno di noi porta un piatto tipico della sua regione di provenienza. La mia unica fortuna è che ad essere pugliesi siamo in due e quella che sa cucinare non sono io.
Ho preso il mio caffè, finalmente. Dona – quella che sa cucinare, appunto – fruga senza speranza tra i nostri viveri e borbotta qualcosa sottovoce. Cerco di fingere indifferenza, ma a parte la nebbia e la tazzina senza manico, non ho altri argomenti per tergiversare. Il pacco da giù è arrivato da poco, ma non è rimasto molto di commestibile. Lo apriamo lentamente: residui di friselle sbriciolate, l’ultimo pezzo di cacio ricotta, due asciugamani – come se a Milano non ne vendessero! – e due vasetti con l’etichetta rovinata. Dona si mette gli occhiali: “Purè di fave e cicorie”. Quello che avevamo scartato per sette giorni ci salverà la serata.

Dona esce, ha risolto il suo problema ed è pronta ad affrontare la nebbia di Milano ed uscirne viva. Io ho ancora un’ora di tempo prima di andare a lezione. Guardo con un po’ di sospetto quei due vasetti di fave e cicorie. Sono ancora sigillati ma mi sembra quasi di sentirne l’odore, quello che sa di grembiule della nonna e di primavera in campagna.
“Ma chi vuole mangiare fave e cicorie?!” – penso – “Non è mica come portare riso, patate e cozze o orecchiette!”.
Mi sembra di essere tornata alle scuole medie, quando ogni volta che mia nonna mi metteva nel piatto qualcosa di verde, la mia risposta era sempre la stessa: “Non mi piace! È amara!”. Se fossero cicorie, bietole, broccoli o rape non faceva differenza. Se erano verdi, erano amare.

Le prime volte vincevo senza fatica: le foglie verdi nel mio piatto venivano subito rimpiazzate da qualcosa di profumato, rosso e succulento: pasta al sugo, focaccia, pane e pomodoro.
Un giorno, però, davanti al mio rifiuto di un piatto di fave e cicorie che avrebbe fatto invidia a tutto il vicinato, mio nonno si è opposto. Ha guardato mia nonna che era già pronta con il piano B – un pasticcio di patate che avevo già adocchiato da minuti –, l’ha fermata con lo sguardo e si voltato verso di me. Con un sorriso scavato tra le rughe mi ha detto: “È l’amaro che ti fa apprezzare il dolce. Se mangi per prima una cosa amara che non ti piace, vedrai che quella dolce che mangerai dopo sarà dieci volte più buona”.

Colpita e affondata. Desideravo tantissimo quel pasticcio di patate e non riuscivo a togliermi dalla testa l’idea che potesse essere ancora più buono dopo quelle foglie verdi. Valeva la pena provare, e rischiare.
L’impatto non fu indolore e ancora oggi devo pensare a mio nonno e a quel pasticcio di patate per gustarmi un piatto di cicorie. Non riesco a trattenere un sorriso: mi succede sempre quando mi torna in mente un ricordo di casa.

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